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Il senso della vita non è mai conquista, ma attesa e gratitudine

Antonio Spadaro

Sat Jul 31 2021 22:00:00 GMT+0000 (Coordinated Universal Time)

La folla, ci dice Giovanni nel suo Vangelo (6,24-35), è attratta da Gesù come da una calamita. Si mette alla ricerca di Gesù per scovarlo. Usa i piedi ma anche le barche, va per terra e per mare.

La folla, ci dice Giovanni nel suo Vangelo (6,24-35), è attratta da Gesù come da una calamita. Si mette alla ricerca di Gesù per scovarlo. Usa i piedi ma anche le barche, va per terra e per mare. Pedina, stalkerizza Gesù e persino lo interroga con gelosia e impertinenza, come se lui adesso appartenesse ai suoi fan. Appena lo trovano di là dal mare e gli dissero: “Rabbì, quando sei venuto qua?”.
Perché? Facciamo un passo indietro: Gesù aveva moltiplicato i pani e i pesci, sfamando cinquemila persone che erano accorse per incontrarlo. Gesù li tratta dando loro la dignità di mangiare come signori. La gente va in delirio e lo vuole proclamare re. Gesù allora fugge via. Adesso che la gente lo ha inseguito, deve una risposta per il suo comportamento e dice: “In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna”.
Alla folla basta mangiare gratis per dare il potere a chi provvede. La folla cerca chi la sazia, affidandosi ciecamente. Lo sappiamo: è la dinamica di ogni populismo. Il potere è di chi compiace e gratifica gli istinti. Gesù voleva dare un segno dell’abbondanza della grazia. La folla invece si riempie la pancia e inneggia al prestigiatore che tira fuori dal cilindro la colazione. Gesù non è stato compreso. Gesù fugge. Non solo. Nonostante il grande miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, la folla chiede ancora adesso: “Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai?”. Non basta: la folla ne vuole ancora, vuole di più! Un portento ancora più straordinario. C’è fame e sete di spettacolo. La gente vuole qualcosa che saturi con stupore il nostro bisogno di affidarci al potere. Un fenomeno da circo. La folla è, in realtà, insaziabile. Perché il pane che cerca non la sazia.
E Gesù reagisce davanti alla macchina del potere: non ne vuole più sapere. Si ritira. Scappa. Il suo è un messaggio teologico e politico. Sovverte la logica della corruzione. Potrebbe avere i pieni poteri, e invece svela la radice dell’inganno e la fonte della corruzione. La fede è quanto di più lontano ci sia dalla demagogia perché tocca corde profondissime: il nostro bisogno di nutrire la nostra esistenza. Qui la domanda è: qual è il vero pane che sazia la fame delle persone? Di che cosa abbiamo veramente bisogno?
Il pane diventa un segno di qualcosa di più grande. Il bisogno di pane diventa desiderio di un nutrimento che dia gusto e senso alla vita. Non ne abbiamo forse bisogno? Possiamo mai accontentarci dei piccoli nutrimenti parziali? C’è un di più, un al di là che è il nostro bug metafisico. C’è. E rode. La fame della quale parla Gesù è radicata in uno stomaco che è la nostra stessa esistenza. Non è un bug di sistema, ma la radice della nostra umanità. Nei dialetti siciliani lo stomaco è definito ‘a vùcca ‘l’àrma, “la bocca dell’anima”. A quella bocca Gesù vuole dare cibo: è qualcosa di più profondo e radicale della fame che possiamo soddisfare col pane. Gesù definisce quel cibo pane della vita. E non è in vendita. Così si fa una radicale differenza tra il cibo in “offerta speciale” che non sazia, e il cibo che non si compra perché discende dal cielo. Il pane della vita, in realtà, non sazia. Anzi: fa venir fame di ciò che conta veramente. Però cambia il gusto, rende esigenti. Ed è distribuito senza fini di lucro, senza interesse. Il senso della vita non è mai conquista, ma attesa e gratitudine.
Antonio Spadaro Direttore de “La Civiltà Cattolica”

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