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Questa Natività 2018 è stata realizzata pensando all’immane tragedia dei bambini strappati ai loro genitori e chiusi in gabbie ai confini Messico-Usa.

In primo piano le figure di Maria e di Giuseppe, stilizzate, essenzializzate al massimo, senza volto e senza braccia, riempiono la scena col bambino adagiato appena nell’incavo dei corpi.

Sono come avvolte in un’atmosfera di silenzio accogliente.

In basso la figura del bambino con le braccia “arrampicate” sulla rete: sembra gridare tutta la sua disperazione e il suo dolore e nel contempo implorare:

“vieni Signore, vieni di notte,vieni in silenzio,vieni in solitudine, ma vieni sempre”, vieni a consolare gli uomini nel loro smarrimento e nella loro tristezza, vieni a liberarli da ogni muro, da ogni confine, da ogni separazione e dalla incapacità di accogliere e di amare.

Le uniche gabbie immaginabili per tenere stretto un bambino dovrebbero essere le braccia di chi lo ama e lo rispetta. Le uniche, capaci di stringere per proteggere e di allargarsi per consentire al piccolo di esplorare, andare, scoprire.

Di fronte a questa natività occorre chiudere gli occhi per un momento. Sì, per risentire le grida e il pianto dei bambini e delle bambine separati dai loro genitori al confine Messico-Usa.

Il pianto.

La prima forma di comunicazione e di relazione che ha come obiettivo quello di far avvicinare la fonte di protezione e di sicurezza in un momento di pericolo.

Il pianto, che chiede all’adulto ascolto e capacità di discernimento per comprendere qual è il bisogno espresso e per soddisfarlo. Il pianto, che dovrebbe stimolare nell’adulto movimenti verso per sottrarre dalla sofferenza.

Che cosa avranno vissuto quei bambini e quelle bambine percependo che il loro pianto non comunicava, non richiamava, non creava movimento di protezione?

Che cosa ne sarà del loro essere uomini e donne in grado di fidarsi, di affidarsi, di crescere e di lasciare la loro impronta sul mondo?

E, specialmente, quei bambini e quelle bambine urlano una domanda: che uomini e donne siamo diventati?Abbiamo perso la nostra naturale missione di creare, coi più piccoli, le basi di una relazione capace di crescere e diventare grandi?

Non siamo più in grado di ascoltare un pianto, di comprenderne il significato e di muoverci per rispondere?

È possibile che, dimentichi delle braccia e degli sguardi che ci hanno permesso di crescere, non riusciamo a nostra volta a sentire il dovere di essere adulti capaci di prendersi cura dei più piccoli?

Interroga, provoca, l’opera di Franco Filograna.

Nella sua immobilità scuote, nel suo silenzio grida.

Che significato stiamo dando a noi stessi, ai più piccoli, agli altri, al mondo, a Dio?

La rete metallica è il chiaro segno della perdita del nostro essere adulti, padri e madri. Segna nettamente lo iato tra quello che dovremmo essere e quello che diventiamo quando la piccolezza non ci interessa più, la fragilità non provoca tutela, la vulnerabilità stimola aggressione, il diverso ci fa paura e lo allontaniamo.

Le reti del nostro egoismo non saranno mai così alte da impedire a una mano fragile, a un grido di sofferenza, di raggiungere uno sguardo d’amore che viene dall’alto.

Dall’alto, infatti, si staglia lo sguardo di una strana famiglia che nasce lontano dalle mura domestiche, che fugge in terra straniera, che vive situazioni poco comprensibili, ma sempre mantiene un abbraccio di tutela, di protezione, di amore.

Anche stando in silenzio e immobili, lasciando ad altri adulti, pastori o re, di creare una rete d’amore intorno alla fragilità.

Questa natività richiama la nostra vocazione più profonda e chiede una risposta: vogliamo ancora essere uomini e donne adulti in grado di dare la vita, di dare alla vita?

                                                                                                 Luigi Russo

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