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Ferire, perdonare, abbracciare (Tiziana)

FERIRE – parto da qui , da questo verbo che immediatamente richiama il dolore . E’ difficile parlarne , perché d’acchito ci schieriamo, e giustamente, dalla parte della vittima . Non mi dilungo sulla necessità della solidarietà fattiva nei confronti di chi è ferito, la do per scontata per coloro che empaticamente sentono che la sofferenza è comunque più lieve e più affrontabile se offriamo ascolto, vicinanza e aiuto concreto alla difficoltà . Vorrei che però provassimo ad avere uno sguardo che andasse oltre la condanna senza appello nei confronti di chi è soggetto del ferire , ciò di colui /colei che attraverso il proprio atteggiamento/ comportamento oltrepassa la soglia del rispetto della dignità altrui . Le ferite inflitte possono, e purtroppo non raramente, essere fisiche , fino al punto di mettere in pericolo la vita dell’altro. Molto frequentemente attengono invece ad un altro territorio , quello della nostra integrità di esseri umani, colpiti nella progettualità / concretizzazione degli affetti e nella nostra continua ricerca di realizzare compiutamente i nostri obiettivi e i nostri sogni. Allora mi viene da pensare che , “ messa in salvo la vittima ( da ogni punto di vista) “ , possiamo/ dobbiamo provare ad ascoltare anche chi ha ferito, non certo per sminuirne la responsabilità (o evitare che “paghi” il dovuto) , ma anzi proprio perché possa essere aiutato/a ad individuarla in modo più compiuto. L’ opzione “ferire” potrebbe quindi essere inserita in una storia individuale di apprendimenti relazionali disfunzionali e generatori di sofferenza , talvolta remoti nel tempo ,ma ancora così vivi da far sentire come unico balsamo il riprodurre ad altri ciò che è stato fatto a noi. L’obiettivo quindi andrebbe declinato anche nella ricerca di percorsi che conducano ad imparare a prendersi cura di sé con modalità che non siano a discapito di altri , magari proprio delle persone che più ci sono vicine e ci vogliono bene. Poiché la riflessione è inscritta nel tema “coppia” , penso che dobbiamo considerare che proprio la profondità di questo tipo di relazione porta “fisiologicamente” alla dinamica del ferire . Non sto parlando di dolo, ma della vulnerabilità individuale che l’essere in coppia rivela proprio perché nella ricerca dell’essere profondamente uniti traspaiono e si esprimono , accanto alle nostre splendide luci, anche le nostre “ombre” e i nostri temi irrisolti / non pacificati. Non siamo mai preparati a sufficienza alle ferite , soprattutto se chi le provoca è o è stato da noi molto amato e si è impegnato ad amarci.. Dobbiamo però avere anche il coraggio di riflettere su noi stessi e provare ad ammettere che anche noi possiamo aver ferito . In altre parole “ ferire “ ed “essere feriti” forse è inevitabile, ma abbiamo bisogno di imparare come “ riparare” le nostre e le altrui ferite ... questo sì può rappresentare una svolta , una opzione che apre altri orizzonti e per la quale vale la pena impegnarsi.


PERDONARE – parola difficile perché , per non restare mero intento , richiede che alla dichiarazione di volontà segua una concreta modalità di attuazione . Talvolta sentiamo che la difficoltà è nella “ quantità” di ciò che è da perdonare , tal’altra nella “qualità dell’offesa “ da perdonare. Vorrei intanto dire che il perdono è una categoria che possiamo scegliere di inserire o di non includere nel bagaglio delle nostre opzioni di vita. Richiede quindi, per ciascuno di noi , una scelta di fondo e la disamina della sua applicabilità nel quotidiano delle relazioni affettive e sociali. Il primo pensiero è dunque che perdonare necessita di un apprendimento e un esercizio continuo perché la sua pratica sia efficace. Efficace per chi e per cosa? Innanzitutto possiamo iniziare con l’imparare a perdonare noi stessi , in modo che l’assunzione di responsabilità si coniughi con la benevolenza ( che non è assoluzione, ma sguardo “ misericordioso” sulla nostra imperfetta umanità) . Temo che senza questo presupposto diventi impossibile perdonare chiunque altro. Penso che perdonare sia un inizio o meglio possa essere l’ inizio di un cambiamento , posso iniziare col perdonare 10 , poi 20 fino ad arrivare al massimo che mi è possibile . A Milano si dice “piuttost che nient l’è mei piuttost” (piuttosto che niente è meglio piuttosto), cioè potremmo ipotizzare che anche il perdono inizi per piccoli passi . E richieda che abbiamo ben chiaro il nostro valore , ma anche il valore che l’altro ha in se stesso e per noi. Scrivevo che perdonare è una opzione , non è dunque un obbligo, ma una scelta che, solo se operata liberamente , restituisce dignità e libertà sia a chi la compie sia al destinatario. Perdonare e essere perdonati è un dono che, contemporaneamente, si fa e si riceve , si alimenta della/nella dimensione del gratuito, ma ha anche un prezzo che è opportuno conoscere...e che è rappresentato dal cambiamento ( direi , usando un termine forte, dalla ”conversione“ ) che ci richiede , perché non ne venga vanificato il senso e lo scopo.

ABBRACCIO - è gesto potente quando autentico, intimo se realmente avvicina corpi e anime. Per questo non andrebbe banalizzato o sprecato trasformandolo in un rituale superficiale delle nostre relazioni. Non usiamolo , a maggior ragione nella coppia, come panacea riconciliatoria formale, se non siamo pronti a riconciliazione vera . Ma al contempo siamo generosi di abbracci , come testimonianza della nostra apertura all’altro , della nostra scelta di farlo entrare nella nostra vita e di accoglienza della sua interezza , fatta di chiari e scuri così come siamo fatti noi.

Tiziana

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