Pandemia e solidarietà «Per ridarci un futuro ripensiamo nel profondo: non è stato un episodio»

Luca Geronico

Fri Apr 23 2021 22:00:00 GMT+0000 (Coordinated Universal Time)

«La pandemia ha “sbalestrato” il modo di leggere il territorio», anche a Milano, afferma don Virginio Colmegna presidente della Casa della Carità.

intervista a Virginio Colmegna, a cura di Luca Geronico

«La pandemia ha “sbalestrato” il modo di leggere il territorio», anche a Milano, afferma don Virginio Colmegna presidente della Casa della Carità.

D.: Don Colmegna, ci dia un’istantanea di cosa sia il Covid nelle periferie esistenziali.

R.: Il primo lockdown aveva creato solidità, ora invece c’è la sensazione di essere incapaci di rispondere, vivendo una esperienza di fragilità molto forte. Però c’è un sottofondo di resistenza che va motivata: ho visto esplodere iniziative di solidarietà di forte intensità. Certo ora il disagio lo si avverte nelle file davanti ad associazioni come “Pane quotidiano”. Nei giorni scorsi, in un quartiere, un episodio di disagio si è caricato di tensioni ideologiche, con grandi preoccupazioni per la coesione sociale. Ma non vorrei ingigantirlo perché c’è un tessuto di solidarietà che va trasformato nel valore più grande per una città come Milano per farla ripartire. Nulla sarà come prima e la Milano dell’Expo adesso deve chinarsi sulle proprie debolezze per riprogettare un servizio socio- sanitario diverso, ma anche una convivialità segnata da questa che, per certi versi, è una tragedia.

D.: Il «si salvi chi può», come afferma papa Francesco, sarebbe una sciagura nell’uscire dal Covid. È presente questa tentazione? Come?

R.: C’è un ripensamento radicale e profondo da fare di quello che papa Francesco chiama il paradigma tecnocratico, l’individualismo esasperato. Se dovesse vincere il «si salvi chi può», si creerebbe una società dilatata dallo scontro e dalla distruzione di senso di comunità e da una crisi molto profonda di relazioni. Questa pandemia non va considerata un avvenimento episodico, per riprendere come prima. Bisogna sostare per «regalarci il futuro». Il Papa, con incisività, ha richiamato la crisi di una visione del mercato come bene assoluto. Sono revisioni profonde che richiedono la pazienza del quotidiano.

D.: Cambiare stili di vita, ma come partendo dalle periferie?

R.: No, partendo dall’intimità di ciascuno e dalla centralità di ogni persona. Quando Francesco dice di partire dalle periferie non chiede una protezione civica diffusa. Guai se non ci fosse, ma da lì deve venire una carica di solidarietà che chiede prossimità, rimette insieme le reti. Centrale, in questo, è la presenza anche per i lontani delle comunità cristiane.

D.: E perché condividere il pane con tutti, perché coltivare una solidarietà globale?

R.: Ce lo dimostrano drammaticamente i vaccini: per stare bene tutti dobbiamo intervenire anche nei Paese che non hanno ancora iniziato una adeguata campagna sanitaria, l’acqua non può diventare privata. Deve saltare un sistema di pensiero.