Cura senza profitto - Gesù è il buon pastore affezionato al suo gregge

Antonio Spadaro S.J.

Sat Apr 24 2021 22:00:00 GMT+0000 (Coordinated Universal Time)

Gesù presenta se stesso e dice: Io sono il buon pastore. E subito indica pure chi egli non è affatto, il suo opposto: un mercenario – che non è pastore”. Il brano evangelico che leggiamo (Gv. 10, 11-18) è tutto centrato su questa opposizione drammatica.

Gesù presenta se stesso e dice: Io sono il buon pastore. E subito indica pure chi egli non è affatto, il suo opposto: un mercenario – che non è pastore”. Il brano evangelico che leggiamo (Gv. 10, 11-18) è tutto centrato su questa opposizione drammatica. Il pastore e il mercenario sono due figure che si oppongono fragorosamente, così come lo sono la pecora e il lupo. Bianco e nero. Dio è pastore, quello “buono” – cioè quello “vero” – e non è un mercenario, il quale invece può avere l’apparenza di uno che si prende cura del gregge, ma che pastore non è perché lo fa per soldi. Se lo fa per il profitto, allora non è “vero”: questo è il criterio di riconoscimento.
E dove si vede la differenza? Nelle parole dell’evangelista Giovanni, Gesù la spiega innanzitutto in azione più che in astratto. Il mercenario che fa? Vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde. In una manciata di parole si consuma il dramma. Curioso che non si dica “le uccide, le divora”. Certamente questo accadrà, ma avverrà dopo. Qui l’aggressione è colta nei suoi primissimi effetti dirompenti: consiste nell’essere rapiti e dispersi. È il panico, il caos, la fuga angosciosa e senza meta, il momento in cui i riferimenti sono persi. Perché il mercenario abbandona le pecore? Perché non gli importa di loro. Ecco, questo non è Dio. Dio non abbandona, e non pone condizioni per dare la sua benedizione. Non si lascia intimorire, e quindi non permette con omertà e omissione che il gregge precipiti nel caos. Non lo lascia solo. A Gesù importa del gregge. Il pastore dà la propria vita per le pecore perché le conosce: conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me. C’è un rapporto diretto, una relazione che non è di massa, ma di conoscenza reciproca, di fiducia. Non ci si può dedicare a nessuno se non lo si riconosce. La dedizione nasce da una conoscenza profonda, intima, che nulla ha a che fare con il denaro né con il puro senso del “dovere”.
Gesù guida – io devo guidare, afferma – e si prende cura perché vuol bene. E qui c’è la messa in crisi polemica del potere inteso come dominio prezzolato, che è invece proprio del mercenario. La figura del pastore viene spesso impiegata negli scritti biblici per indicare il leader. E qui non ha nulla a che fare col potere inteso come dominio e profitto. Dio, cioè l’Onni-potente, l’essere del quale non si può pensare qualcosa di più grande, è colui che si prende cura e “perde” il suo tempo a conoscere le pecore fino a perdere la sua vita. Assistiamo al capovolgimento della logica del potere. Ed è chiaro che dentro questo brano c’è una polemica di Gesù contro i capi giudaici e il loro modo di esercitare il potere. Ma anche l’annuncio che non saremo abbandonati al caos, e che il potere mercenario non sarà l’ultima parola, non l’avrà vinta. Su che cosa si fonda questa logica ribaltata del dominio? Sulla voce. In questo brano evangelico il senso che permette il riconoscimento del pastore da parte delle pecore è l’ascolto. Gesù, infatti, parla anche di altre pecore non del recinto che diventeranno anch’esse parte dell’unico gregge. Esse ascolteranno la mia voce, dice Gesù, e faranno un unico gregge. E la sua voce è per tutti: non si fanno distinzioni e non ci sono confini. No, Gesù non è un incantatore di serpenti, non ha una voce suadente e ipnotica, come molti leader mercenari d’oggi. Le pecore conoscono il pastore perché hanno appreso il timbro della sua voce nel tempo che egli ha dedicato a guidarle con cura. E non c’è bisogno di effetti visivi. La vera autorità non ne ha bisogno. Basta la voce, la nuda voce.
Antonio Spadaro S.J. - Direttore de "La Civilta Cattolica"