«Fragili, ma tutti fratelli», intervista a Justin Welby

Silvia Guzzetti

Wed Feb 10 2021 23:00:00 GMT+0000 (Coordinated Universal Time)

«Ho cominciato il mio ministero nel marzo 2013, proprio come papa Francesco, e ci siamo incontrati più volte. Condividiamo tante aspirazioni.[...]"

«La pandemia che viviamo ci ha insegnato quanto dipendiamo gli uni dagli altri». Dal primate anglicano Welby l’apprezzamento per l’ultima enciclica di Francesco
«Ho cominciato il mio ministero nel marzo 2013, proprio come papa Francesco, e ci siamo incontrati più volte. Condividiamo tante aspirazioni. Una delle esperienze più forti del mio mandato è stato il ritiro ospitato dal Papa a Roma per i leader politici del Sud Sudan». Con queste parole l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby, guida della “Chiesa d’Inghilterra” e di settanta milioni di anglicani in tutto il mondo, racconta il rapporto che lo lega a papa Francesco. Affetto, amicizia e sintonia che si sono consolidati negli anni da quando i due pastori si conobbero, a Roma, nel giugno 2013, tre mesi dopo essere stati eletti, a distanza soltanto di pochi giorni l’uno dall’altro. In questa intervista con Avvenire il primate anglicano racconta la sua esperienza del lockdown e della pandemia, spiega perché ha deciso di prendere un periodo sabbatico di tre mesi ed esprime la speranza di poter visitare presto, assieme a Francesco, il Sud Sudan.
Che cosa pensa che ci stia insegnando la pandemia?
Quando la vita cambia in modo così veloce e drammatico come è accaduto nell’ultimo anno dobbiamo adattarci e imparare rapidamente. La cosa più importante che la pandemia ci ha insegnato, è quanto dipendiamo gli uni dagli altri e quanto siano essenziali l’amicizia e i contatti umani. Così capita anche per la vaccinazione. Nessuno sarà al sicuro fino a che tutti saranno al sicuro. Il poeta John Donne, che è stato anche decano della Cattedrale di Saint Paul a Londra, ha scritto: “Nessun uomo è un’isola, autosufficiente. Ogni uomo è un pezzo del continente, una parte di un quadro più grande”. Dio ci ha fatto per i rapporti e la pandemia ce lo ha insegnato.
Ci ha anche dimostrato che non possiamo continuare a vivere come facevamo prima. Il cambiamento climatico e la disparità tra ricchi e poveri sono apparsi in un modo nuovo. La maniera migliore di ricordare le persone che abbiamo perso sarà di imparare la lezione del passato e di lavorare insieme per costruire un mondo più umano e più giusto. Anche personalmente ho sperimentato il mio bisogno di Dio. Ho meditato spesso, in questi mesi, le parole del settimo capitolo del Libro di Isaia, versetto 9: “Se non sei radicato nella tua fede non sopravvivrai”.
Lei ha usato parole molto forti per incoraggiare i cittadini britannici a vaccinarsi dicendo che: «il vaccino fa parte della chiamata di Gesù Cristo ad amare il nostro prossimo come noi stessi». Perché ha scelto di radicare la campagna di vaccinazione nel Vangelo?
Sono convinto che i vaccini siano la risposta alle nostre preghiere e una prova della speranza generata dalla promessa che Dio ci ha fatto che la luce sconfiggerà le tenebre. Anch’io sono stato vaccinato perché sono un cappellano volontario all’ospedale Saint Thomas e incoraggio tutti a farlo appena possono. I vaccini ci ricordano che dobbiamo assicurarci che anche il nostro prossimo nel resto del mondo, in situazioni di vulnerabilità, ha diritto a questo farmaco prima possibile.
Qual è stata la sua personale esperienza del lockdown?
Trovo che questo terzo lockdown in Inghilterra sia il più faticoso di tutti. Il cambiamento che ci troviamo a vivere mina tutte le nostre certezze. Incoraggio chiunque sente di non farcela a parlare con un amico o un parente o un professionista esperto di dinamiche relazionali. Personalmente mi aiuta moltissimo uscire e fare un po’ di sport all’aria fresca e anche parlare con Dio, attraverso la preghiera, e raccontargli le mie preoccupazioni. Se fate fatica chiedete aiuto a Dio. Traggo molta speranza dalle persone che mi circondano soprattutto durante le mie ore di lavoro come cappellano volontario all’ospedale Saint Thomas di Londra.
Perché ha deciso di prendere un periodo sabbatico di tre mesi, durante l’estate, proprio in questa situazione d’emergenza?
Ogni sacerdote anglicano ha diritto di prendere un periodo sabbatico a un intervallo di tempo che va dai sette ai dieci anni. L’ultima volta che l’ho fatto è stato nel 2005. È un’idea che viene direttamente dalla Bibbia, dall’esempio di Gesù che ha deciso di isolarsi per trascorrere del tempo con Dio. È anche un’occasione per imparare l’umiltà. Un modo di riconoscere che il lavoro che sta facendo Dio continua comunque, grazie allo Spirito Santo che opera in modi miracolosi e non dipende dall’arcivescovo di Canterbury o da nessun altra persona. Userò questi mesi per lavorare sulla riconciliazione, un tema cruciale per il Vangelo al quale ho dedicato una buona parte della mia vita. Sono convinto che la morte di Cristo sulla Croce e la sua Risurrezione sia una chiamata per tutti i cristiani perché dicano la verità e lavorino per la pace e la giustizia e sono questi gli argomenti che esplorerò durante questo periodo di studio. Spero di poter trovare il tempo per pregare e riflettere e riprendere il mio compito rinnovato, con una nuova prospettiva e più energia in vista dell’importante “Lambeth conference”, dove tutta la Comunione anglicana si ritroverà, nel 2022. (La “Lambeth Conference” è la riunione assembleare dei vescovi anglicani che si riunisce ogni 10 anni ndr. )
Lei è molto vicino a papa Francesco e avete pensato di visitare insieme il Sud Sudan. Che cosa pensa dell’enciclica “Fratelli tutti”?
Ho cominciato il mio ministero nel marzo 2013 proprio come papa Francesco, e ci siamo incontrati più volte. Condividiamo molte priorità. Una delle esperienze più forti del mio mandato è stato il ritiro ospitato dal Papa a Roma per i leader politici del Sud Sudan. L’impegno di Francesco per la pace e la riconciliazione risplende in tutto quello che dice e fa. Speriamo che il processo di pace e l’apertura delle frontiere, che sono chiuse in questo momento per la pandemia, ci consentiranno di visitare il Paese insieme anche al moderatore della Chiesa di Scozia Jim Wallace. Nell’enciclica “Fratelli tutti” Francesco mette in luce come alcuni temi importanti nella vita del pianeta siano collegati tra di loro. Non ci può essere vera fraternità senza giustizia. Le sofferenze di una persona riguardano tutti e gli esseri umani hanno il potere e l’opportunità di cambiare davvero le cose. Il cambiamento climatico, per esempio, è un momento in cui le preoccupazioni per il pianeta si sovrappongono a problemi di giustizia e povertà. Sono i più poveri a soffrire di più delle conseguenze dei danni all’ambiente. Questo desiderio che gli esseri umani possano vivere pienamente dentro una Creazione trascende i limiti nazionali e religiosi. Una gamma ampia di voci e incontri fanno parte dell’enciclica “Fratelli tutti”, dal grande imam di Al-Azhar, Ahmad Al- Tayyeb, al patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I al battista Martin Luther King fino al vescovo anglicano Desmond Tutu. I temi scelti da papa Francesco e la passione che dimostra nella “Fratelli tutti” hanno un respiro universale.